B&B Gaulos: Info

Bed & Breakfast in zona residenziale a pochi minuti dalle più belle spiagge di Sant'Antioco  (Sardegna)


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B&B Gaulos Sant'Antioco informazioni
Come raggiungerci
Raggiungere il nostro bed & breakfast è semplice. Siamo a qualche centinaia di metri dall'ingresso del paese, in zona residenziale....

Dalla strada statale 126
  • Oltrepassato il ponte svoltare a sinistra in Via Carbonia 
  • Seguire le indicazioni per Calasetta
  • Svoltare a sinistra in Via Rinascita
  • Svoltare a destra in via Campidano
  • Da via Campidano svoltare alla seconda traversa a destra
  • Siete giunti in Via Goceano




non solo mare .... i nostri consigli per conoscere meglio il nostro paese

 

 
 

Bottega del Bisso, Sant'Antioco

 

Il bisso marino, un prezioso materiale tessile dai riflessi dorati e scintillanti veniva lavorato per realizzare tessuti pregiati molto apprezzati dalla nobiltà secolare ed ecclesiastica. La seta di bisso è un prodotto della nacchera, o Pinna nobilis, la più grande bivalve presente nel mar Mediterraneo che può raggiungere la lunghezza di un metro e ai giorni nostri è una specie protetta. I suoi filamenti, chiamati bisso, servono alla Pinna nobilis ad ancorarsi al fondale fangoso e venivano usati come materiale grezzo da cui trarre la seta di bisso. La produzione della seta era laboriosa e richiedeva molte tappe di lavoro. Eppure le conoscenze di questa tradizione artigianale non sono ancora del tutto scomparse: Chiara Vigo rimane, con ogni probabilità, l’unica maestra di bisso del Mediterraneo, l’unica depositaria ormai della tradizione e di una manualità che si perde indietro nel tempo. Di bisso, infatti, si parla già nella Bibbia: furono i Caldei a trasmettere il segreto al popolo ebraico e i loro vicini Fenici a diffonderlo nel Mediterraneo e soprattutto le loro donne videro che pettinando quei fili potevano renderli talmente serici e lucenti da riuscire a filarli. Caldei, Fenici, Egiziani diventarono maestri in quest’arte. Re e sacerdoti usarono il bisso per vesti e paramenti sacri. I Fenici approdarono in Sardegna portando con sé anche la tecnica per tingere le fibre del bisso in vari colori. Secoli più tardi le donne di Sant’Antioco appresero da una principessa di origine caldea, chiamata Berenice, altri segreti sull’arte della tessitura del bisso e cominciarono a tramandarseli di generazione in generazione secondo una ritualità quasi sacra. Chiara Vigo, definita l’unica erede di Berenice, può infatti spiegare la tecnica della tessitura del bisso a tutti, ma solo uno sarà il suo legittimo erede, l’unico a cui svelerà tutti i suoi segreti.

 

 
 

Museo Archeologico, Sant'Antioco

Il Museo Archeologico di Sant'Antioco mostra un'ampia selezione di materiali rinvenuti durante le varie campagne di scavo tenutesi nella nostra Isola e pertinenti ad un periodo che va dai primi insediamenti neolitici (III millennio a.C.) alle fasi tarde della romanizzazione. Il percorso inizia con un tabellone cronologico generale che riporta le successioni culturali della Sardegna antica e prosegue con un'illustrazione dei numerosi materiali litici utilizzati nel Neolitico recente (cultura di Ozieri). Le fasi successive della cultura nuragica hanno invece una presentazione minima, data la scarsità delle indagini archeologiche verificatesi in questo campo. La mostra prosegue con le testimonianze del più antico centro fenicio finora rinvenuto in Sardegna, che e' da individuarsi proprio in Sulky (antica Sant'Antioco) fondata intorno alla metà dell'VIII sec. a.C. La fase punica e' illustrata sia dai materiali provenienti dal tophet sia dai corredi funerari provenienti dalla grande necropoli ipogea del colle di "Is Pirixeddus". Numerose vetrine ospitano un ricco campionario di oggetti ritrovati nelle tombe a camera puniche scavate nel tufo. Sulky, nel III sec. a.C., entra a far parte del dominio di Roma col nome di Sulci; questa fase è documentata da corredi funerari composti prevalentemente da ceramica d'uso comune. In conclusione, un settore dell'esposizione e' dedicato al tophet, per la cui illustrazione è stato ricostruito un angolo in cui su piani artificiali di terra, sabbia e pietre sono state collocate una parte delle migliaia di urne, che contenevano le ceneri di bambini e animali, e stele raffiguranti rappresentazioni divine simboliche, antropomorfe o animali da attribuire al rito che si svolgeva in tale area.

 
 
 
Cronicario, Sant'Antioco

 

L’area archeologica emersa, a partire dal 1983, nel cuore del tessuto urbano moderno di Sant’Antioco, tra le vie d’Azeglio e Gialeto, a ridosso delle strutture dell’asilo e dell’ospizio comunali, conserva un prezioso spaccato dell’insediamento umano nell’antica Sulky.
Gli scavi allora condotti rivelarono infatti una potente stratigrafia che conservava in successione, a partire dal basso, le testimonianze di un insediamento di capanne del Neolitico, la sovrapposizione dell’abitato fenicio e, alla sommità, la ristrutturazione urbana della città nella prima età imperiale romana: uno spaccato di storia che si distende dal 3.000 al I sec. d.C.
I ruderi immediatamente visibili appartengono a quest’ultima fase: due strade, che si incrociano in senso ortogonale, individuano un insieme di case di abitazione e di edifici di rappresentanza pubblica che si dispongono, con sistemazione a gradoni, ai lati del tracciato viario.
Al di sotto dell’impianto del quartiere di età romana, le indagini hanno rivelato i ruderi consistenti dell’abitato fenicio, di età molto antica, risalente all’VIII sec. a.C.; la stessa viabilità romana riprende un tracciato stradale più antico, in uso in età fenicia.
Il nucleo meglio conservato di questo insediamento, che è certamente all’origine dell’abitato fenicio di Sulky, si trova nel settore III, dove sono tuttora visibili una serie di ambienti delimitati da muri con pietre irregolari e con pavimenti in terra battuta mescolata a scaglie di tufo, forniti di siloi, di pozzi e di cisterne: possiamo ricostruire una serie di ambienti rettangolari con pareti in mattoni crudi e tetti piani di legno.
Negli ultimi anni, con il prezioso supporto della Geoparco s.c. a r.l., società operativa dell’ATI Ifras che ha inserito l’area dell’Ospizio nel suo progetto di valorizzazione dei beni culturali cittadini, la Soprintendenza di Cagliari e la cattedra di Archeologica fenicia e punica dell’Università di Sassari hanno potenziato le ricerche in questo ricco e importantissimo giacimento archeologico.
I nuovi scavi, che vedono ogni anno la partecipazione di numerosi studiosi e studenti di varie Università e Enti di ricerca, hanno finora individuato alcuni interessanti ambienti di età romana che conservavano ancora anfore sistemate presso le pareti e tracce forti della presenza di un luogo di culto, forse di Iside, che fa sospettare l’esistenza, negli strati inferiori fenici, ancora da indagare, di un luogo sacro precedente, verosimilmente dedicato ad Astarte.

 

 
 

Villaggio ipogeo, Sant'Antioco

Tra le necropoli puniche in Sardegna, attualmente quella di Sulci e' la più importante per la vastità dell'impianto funerario, complessità architettonica e reperti archeologici rinvenuti. La sezione, oggi visibile, e' stata utilizzata tra la fine del VI e la fine del III sec. a.C. L'estensione originaria della necropoli era di oltre 6 ettari e si valuta che il numero di ipogei fosse di circa 1500. In base a ciò la popolazione dell'epoca può essere stimata in 9/10.000 abitanti, inserendo Sulky tra le città più popolose del Mediterraneo. Oltre alle tombe impiegate come abitazioni, i due settori attualmente visibili sono situati uno tra l'altura del Fortino Sabaudo e il mare, l'altro, sotto la Basilica dedicata a Sant'Antioco. Nel primo caso si tratta di ca. 40 tombe ipogee, nel secondo, di alcune tombe puniche. Alcune camere sepolcrali contengono solo una deposizione, mentre altre, utilizzate almeno per tre secoli, recano traccia di 40/50 corpi. Le tombe sono generalmente costituite da due parti: il corridoio d'accesso, dromos, formato da una scala e da un pianerottolo, e la camera sepolcrale. L'apertura della camera era ampia il tanto sufficiente al passaggio del corpo del defunto, mentre i sarcofagi di legno, che in alcuni casi lo accoglievano, sicuramente venivano introdotti smontati. La tomba era chiusa dall'esterno con una lastra di tufo, sigillata con argilla fluida, oppure con pietrame o mattoni di argilla cotti al sole. I reperti ceramici, sono gli oggetti maggiormente presenti nei corredi funerari, ma non mancano gioielli d'oro, amuleti di pasta vitrea e scarabei-sigillo.

 

 
 

Villaggio nuragico Grutti 'e acqua, Sant'Antioco

 

“Grutti ‘e Acqua” imponente complesso nuragico abbarbicato su un’altura che domina l’ampia e fertile pianura, sono visibili crolli di capanne dell’antico villaggio, mentre poco a valle si trova l’antica vena sorgiva, racchiusa in un tempio a pozzo dove in particolari occasioni venivano celebrati i riti sacri. Immerso in una lussureggiante vegetazione dove sono presenti tutte le specie appartenenti alla macchia mediterranea. Poco distante, verso la località denominata “SU NIU ‘E SU CROBU” e’ possibile ammirare una delle varie “tombe dei giganti” presenti nell’isola di Sant’Antioco. Questa conserva ancora integro lo sviluppo planimetrico, riproducente il classico impianto a protome taurina, tipico della cultura nuragica.

 

 
 

Tophet, Sant'Antioco

La parola tophet è un termine di origine biblica che indica una località nei pressi di Gerusalemme, in cui venivano bruciati e sepolti i bambini e che oggi, convenzionalmente, indica le aree sacre di età fenicia e punica, nelle quali sono state recuperate urne contenenti ossa bruciate di bambini e animali. Il tophet di Sulci, utilizzato a partire dall'VIII sec. a.C. e sino al I sec. a.C., si presenta come un'area all'aperto, ubicata all'estrema periferia settentrionale dell'abitato, che si appoggia ad una roccia trachitica denominata "Sa Guardia de is Pingiadas" (la guardia delle pentole) a causa della gran quantità di urne cinerarie, oltre 3000, rinvenute nel corso dei secoli e fino ad ora recuperate. Ai piedi di tale roccia, verso sud, un recinto quadrangolare di età punica ne include uno più piccolo, di età fenicia, che indica il punto in cui sono state ritrovate le urne più antiche. Un recinto molto più grande, rettangolare, costituito da blocchi di trachite bugnati delimita l'intero tophet: si tratta di un fortilizio di età punica edificato a difesa dell'area, nel IV sec. a.C.. Le urne conservano ossa bruciate di bambini, talvolta di piccoli animali e qualche oggetto votivo; solitamente deposte tra le cavità naturali della roccia, sono spesso accompagnate da stele di pietra (ad oggi se ne contano circa 1.700, conservate nei Musei di Cagliari e di Sant'Antioco) recanti immagini umane, simboliche e più raramente zoomorfe.